Algarve On The Road

05/02/2020
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Algarve On The Road

Un diario di viaggio
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Ho riflettuto molto su questo post, su come scriverlo, che cosa decidere di raccontare e cosa no, che impronta dargli, ecc, è anche il motivo per cui esce soltanto adesso, dopo ormai un mese dal nostro ritorno. Ad un certo punto stavo talmente tanto brancolando nel buio che ho chiesto a voi di aiutarmi, di dirmi che cosa avreste voluto trovare scritto tra queste parole.

Fin da subito mi è sembrato piuttosto chiaro che non sarei stata all’altezza delle aspettative, o meglio, che il viaggio che abbiamo fatto non è stato un viaggio che si può raccontare attraverso un itinerario preciso, attraverso tappe e luoghi da vedere con indirizzi, link e tips di viaggio.

Il vento che arriva da lontano, dopo che ha viaggiato per migliaia di chilometri sopra all’oceano, non ha un indirizzo. Il chiudere gli occhi facendosi cullare dal rumore dell’oceano, non ha link. Il restare fermi, in silenzio e da soli a guardare il cielo stellato, non è una tappa.
Ogni viaggio è diverso. Ogni viaggio, a seconda del momento in cui arriva, ha un suo ritmo, un suo significato, un suo modo di essere vissuto.

Questo viaggio è arrivato al culmine di un periodo molto stancante, in cui le energie ormai si erano esaurite. Pensavo che sarebbe stato in un modo, ma ben presto mi sono resa conto che avevo mal interpretato le mie sensazioni e che nell’esatto momento in cui mi sarei fermata, sarei stata travolta da tutto ciò che il mio corpo, il mio cuore, la mia testa, stava cercando di dirmi da tempo ma che io, ottusamente, non volevo ascoltare.

Si pensa spesso, quando si percepisce un malessere, che “il problema” sia legato molto al luogo in cui viviamo la nostra quotidianità, che il cambiare aria ci possa aiutare a prendere quella giusta distanza per riuscire a ridare un equilibrio alla nostra vita e poter stare meglio. La verità però è che se qualcosa dentro di noi si è incrinato, quella crepa verrà con noi ovunque andremo e quando tutti i nostri alibi cadranno, ci ritroveremo ad essere lì, faccia a faccia con lui, senza poterlo più ignorare. A quel punto non ci resterà altro che ascoltarlo, farlo venire a galla e cercare in qualche modo di gestirlo, capirlo e lasciarlo sfogare.

Questo viaggio per me è stato ricco di silenzi, mi sono sentita persa più di una volta, disorientata, svuotata. Ancora oggi porto gli strascichi di quello stato d’animo, solo da poco ho ricominciato a sentirmi nuovamente me stessa.

I luoghi che ho vissuto, sono stati il conforto di cui avevo bisogno. Il loro silenzio, la loro calma, il loro vuoto, sono stati schiaffi e abbracci allo stesso tempo, hanno fatto cadere ciò che ormai stava in piedi contro ogni legge della fisica e mi sono stati accanto mentre cercavo di riappropriarmi di tutti quei pezzi che sentivo di aver perso.

Questo è un diario di viaggio, una raccolta di pensieri e di sensazioni delle due settimane che ci hanno visti partire alla volta del Portogallo del sud.

L’Algarve è una regione silenziosa in inverno. Le sue piccole strade si snodano tortuose tra la costa e il verde entroterra, un perfetto mix tra boschi di sugheri, eucaliptus, mulini a vento e promontori. Curva dopo curva, ti muovi attraverso questa terra quasi disabitata dove ogni tanto incontri un piccolo paesino bianco: il bar della piazza dove giovani turisti nordici bevono il loro galao mentre poco distante un gruppetto di anziani del paese, con la loro pelle increspata dal sole e dal vento, i loro berretti e i loro bastoni, trascorrono il tempo tra racconti e silenzi; la piccola chiesa nel punto più in alto, così da poter essere vista anche a distanza; la scuola e un vecchio cartello in legno ormai scolorito che indica la presenza di un ostello a poche centinaia di metri.

Ci si muove tra un luogo e l’altro finché non si arriva da lui: l’Oceano, che abbraccia la regione e modella la costa. Il vento è la colonna sonora che accompagna le giornate passate nell’entroterra mentre il rumore delle onde vi fa capire che sì, là, dietro a quella collina c’è lui in tutta la sua potenza.

Scogliere a picco, spiagge raggiungibili solo tramite il mare o scendendo per impervi viottoli scavati nella roccia. Onde, potenti, che si avvicinano alla costa lente ma che appena possono si svelano in tutta la loro energia e come un morso la divorano.

Tramonti, limpidi, netti che creano composizioni geometriche dai mille colori e sfumature e lasciano spazio alla notte che come una coperta ti ricopre con la sua oscurità scintillante e tu ti trovi lì, incantata ad osservare le stelle, come se le vedessi per la prima volta: ad un tratto sei sola, immersa in tutta quell’immensità che quasi ti sembra che ti possa schiacciare tanto è sconfinata.

Le cittadine non sono molte, ma anche se piccole riescono a trasmettere quel tipico fascino un po’ nostalgico che ritrovo (e tanto amo) in tutte le città portoghesi: facciate colorate da murales e colorati azulejos, piccoli porti dove la vita trascorre immutata, tra reti, imbarcazioni e qualche ospite curioso in attesa di qualche boccone prelibato.

Bar e ristoranti si alternano tra le piccole vie acciottolate. Si vede che sono strutture create principalmente per i turisti ma nonostante ciò, cercano di mantenere quell’identità che tanto caratterizza questa terra.

Questo è stato il riassunto di questo viaggio on the road che ci ha visto percorrere più’ di 6000 chilometri. La nostra “meta finale” è stato l’Algarve e in particolare la zona attorno ad Aljezur. Questo viaggio però si è colorato di molte tappe intermedie: Valencia, Bilbao, Santona, Ericeira, la Costa Brava. Siamo partiti senza piani, ci siamo lasciati trasportare dai nostri desideri, ritmi, bisogni che spesso si sono riassunti nel silenzio di una scogliera, in passeggiate sulla spiaggia e nel non forzare troppo.

Mi avete chiesto molte cose specifiche, vi risponderò presto con un video, arriverà anche la ricetta di uno dei piatti tipici portoghesi  (il Bacalhao a braz) che non manco mai di ordinare quando vado lì, ma questo post voleva essere un racconto meno analitico di quello che è stato.

In fondo il viaggio non è solo un elenco di posti visitati ma è anche, e soprattutto, un percorso fatto di emozioni, sensazioni, stupori e orizzonti e in questo post volevo parlare proprio di loro che sono stati gli elementi che l’hanno reso così speciale.

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Sono da sempre una grande amante della cucina. Posso dire di aver imparato a fare una torta prima delle divisioni a due cifre (cosa che per altro adesso ho dimenticato). Non esiste cibo che non mi piaccia, amo sperimentare e col tempo sono riuscita a creare un mio stile, che predilige la semplicità dei sapori e la genuinità degli ingredienti. Mangiatrice instancabile di asparagi a primavera, fiori di zucca d'estate, cachi d'autunno, zucche d'inverno e patatine fritte tutto l'anno. Benvenuti nel mio mondo, benvenuti nella mia Bluebird Kitchen.